Una scommessa sul Bussa e sulla partecipazione

15 Dic

di Paola Polotti, Emanuele Patti, Giovanni Belviso, Pietro Cecconi, Francesco Togni, Simona Spadoni, Stefania Rosso, Filippo Orsini, Giulia Alberio, Vincenzo Onida.

In questi  mesi il progetto Garibaldi e l’isola partecipata ha preso avvio assorbendo le energie di molti cittadini  con entusiasmo specie  all’inizio e in alcuni momenti di confronto, e una crescente fatica.

L’opportunità di poter progettare insieme spazi per il nostro quartiere dialogando con l’amministrazione  non è davvero cosa da poco: è un’inversione  di tendenza rispetto al passato dei grattacieli e delle speculazioni che calati dall’alto hanno modificato l’iIsola che conoscevamo, è un passo verso modelli  di urbanesimo più illuminati come quelli dei paesi nordici che tante volte ci sono apparsi esempi  da seguire.

Il nostro percorso stà vivendo  però qualche difficoltà, c’è stato  qualche  passaggio a vuoto che ha allontanato alcuni e sollevato un po’ di sfiducia. Abbiamo corso troppo e rischiamo di sbandare, per questo non dovremmo avere  paura di rallentare un po’, riflettere e poi ripartire.

Cari assessori non siate preooccupati  da una piccola sosta. Capiamo perfettamente  la volontà e l’urgenza di fare, di arrivare ad un risultato tangibile, di proteggere le risorse ritagliate per il nostro quartiere affinchè non sfumino nella spesa corrente, di far vivere a Milano progetti basati sulla partecipazione.

Ma  qualcosa non  ha funzionato al meglio, la partecipazione non è ancora decollata come volevamo,, il quartiere non è stato pienamente coinvolto o non si è messo in gioco fino in fondo.  Per quali motivi?

Probabilmente perché la partecipazione diffusa ha bisogno di ritmi lenti, perché ci sono stati alcuni errori nella conduzione del percorso e di alcuni momenti  decisionali, perché noi isolani siamo molto scettici, perché si sono determinate false aspettative in noi cittadini, perché il passaggio di informazioni non è stato  sempre fluido e chiaro da parte dell’amministrazione e dei tecnici,  e altro ancora.  Servirà un momento di auto-valutazione per capire  tutto questo e ripartire portando il quartiere davvero a bordo, mettendo a disposizione della città e dei prossimi percorsi l’esperienza fatta sul campo anche attraverso gli errori.

Qual  è il passo da evitare?

Creare una casa del quartiere senza il quartiere, senza un pieno coinvolgimento delle forze che dovranno animarla e sostenerla economicamente e per intero, crearla con il peccato originale di una “non condivisione” o di una scelta vissuta come minoritaria o obbligata, crearla in un luogo che  per ora non è  percepito come una parte viva del quartiere Isola.  Il problema della collocazione nel nuovo parco non è semplicemente una questione di sottrazione di verde, semmai d’identità.

Ma il percorso partecipativo, nonostante tutto, ci ha anche indicato una diversa via e forse dobbiamo solo riconoscerla, condividerla, partire da qui per un rilancio della partecipazione.

C’è uno spazio che è un simbolo del quartiere , è il suo accesso “segreto”, è sfiorato tutti i giorni da migliaia di isolani che prendono la metropolitana, è attraversato da genitori, passeggini e biciclette, nonostante sia un percorso ad ostacoli pericoloso.

È il  cavalcavia Bussa. Forse non è un caso che i due laboratori dedicati al ponte siano stati probabilmente i momenti più  vivaci e condivisi nel percorso.

Siamo partiti da una premessa, il centrocivico, il budget disponibile, i ragionamenti sui metri quadrati e gli spazi realizzabili;  poi ci siamo inoltrati nella discussione sul “dove” perdendo di vista il cosa, il come e il chi (cioè la partecipazione che dovrà essere il motore e l’anima della casa del quartiere).  Se scardiniamo o semplicemente ridefiniamo questa premessa iniziale forse abbiamo trovato una  possibile soluzione.

Scegliere il Cavalcavia  Bussa come punto di partenza ci permette di raccogliere  due fondamentali  bisogni che avevano orientato le opzioni  niziali dei cittadini attivi nel percorso partecipativo: l’idea del recupero di uno spazio esistente (Anagrafe) e l’idea di scegliere  un luogo centrale rispetto al quartiere (lagosta).

Scegliere il cavalcavia Bussa ci permette di lavorare sulla  partecipazione, perchè è un luogo degli Isolani che già tante volte è stato reinventato: pista per imparare ad andare in bicicletta, spazio per eventi, musica, arti circensi, ma anche il luogo in cui ha preso forma la geniale sfilata della stilista Serpicanaro alias san precario.

Serve davvero un centro civico di 1000 mq? Forse la casa del quartiere  può essere più piccola, forse deve nascere proprio sopra il cavalcavia Bussa, forse bastano 500 mq usati e presidiati veramente, con l’intero ponte trasformato in un centro civico all’aperto che viene quotidianamente   vissuto,  non solo percorso.

Un edificio leggero per spirito e per necessità, ecologico, energeticamente autosufficiente, simbolo di un modo di costruire, pensare, muoversi  diverso. Un progetto di riqualificazione organico e sobrio, che utilizzi al meglio i 2,3 milioni disponibili in un momento in cui le risorse, per l’intera città, scarseggiano.

Non occorre necessariamente  un ponte faraonico, da libro di architettura, il primo passo può essere un ponte ridistribuito nella viabilità, facilmente accessibile per pedoni, ciclisti, passeggini, conl’edificio snello del centro civico, con aiuole,  strutture sportive e di sosta che non costino molto e siano facilmente realizzabili partendo dall’attuale fondo asfaltato per arrivare poi (se ci saranno risorse) a innestarlo di verde.,

Sul Bussa potremmo costruire partecipazione anche lanciando un progetto di auto-costruzione, cioè ristrutturando e arredando con le nostre mani, con l’aiuto del quartiere e  del comune, il cavalcavia come già facciamo spesso con le aule delle nostre scuole/asili e con altri spazi comuni.

Da un lato del ponte c’è la materna di Quadrio, dall’altro la scuola media di via Pepe, l’elementare di via Dal Verme e di Via Pastrengo. Ecco due poli da unire senza timori, due declinazioni dei quartieri Isola e Garibaldi che potrebbero parlarsi senza paura di perdere l’identità isolana.

Così facendo potremmo riaccendere la scintilla della partecipazione, con  nuove premesse che sarebbero l’esito positivo di un percorso con diversi  limiti e assenti, che ora potrebbe davvero decollare.

Questo esito, anzi questo inizio, non sarebbe affatto una sconfitta ma il segno che la scommessa dell’amministrazione sull’avvio di percorsi partecipati funziona, perché le parti coinvolte (cittadini, amministratori, facilitatori) hanno la forza di mettersi in discussione per arrivare al risultato più utile, più condiviso nella logica del bene comune.

Se questa intuizione è vera, se il cavalcavia Bussa può essere il fulcro di questo progetto non dovremo fermarci a lungo, forse si tratta solo di rallentare per un momento.

Nel laboratorio charrette sono state disegnate varie rivisitazioni del Bussa, portare questi disegni nel quartiere potrebbe essere il primo passo per rilanciare il percorso di partecipazione. Non dovrebbe  essere una mostra esibizione della nostra creatività, ma un’occasione per ascoltare e far discutere, per  coinvolgere chi non si era avvicinato, per raccogliere idee, bisogni e persone, associazioni e forze che vogliano mettersi in gioco, per testimoniare la trasparenza e lo spirito  autenticamente partecipativo del percorso avviato

Una Risposta a “Una scommessa sul Bussa e sulla partecipazione”

  1. augusto 11 gennaio 2013 a 23:46 #

    Bravi, peccato che vi hanno tagliato ai ringraziamenti a sua eminenza illustrissima e se uno non va oltre la prima schermata vi vede come degli zerbini.
    Per il resto condivido e credo che ormai siamo alle ultime chance di minima dignità per questa deludente compagine amministrativa.

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